Anche ai più fortunati ogni tanto qualcosa va storto.

Facebook ha speso 19 miliardi per comprare Whatsapp. Evidentemente che i social network siano gratis non è una storia a cui credere se infiniti dati personali liberamente forniti, più un numero immenso di messaggi, sono oggi parte integrante del loro patrimonio.

Nei social media il prodotto siamo noi, per questo sembriamo solo apperentemente godere, senza ritorno economico, di tutti i loro servizi.

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Ora però qualcuno sembra essersene accorto. Almeno nell’acquisizione di Whatsapp questa libertà degli user non è stata tutelata. Un fascicolo istruttorio è pronto ad indagare sulla app di messaggistica istantanea più famosa e rovinarle i piani.

Il Garante italiano della privacy e l’Unione europea hanno infatti accusato Whatsapp di aver costretto, senza una reale richiesta di autorizzazione, tutti i suoi utenti a condividere dati e messaggi personali con Facebook, una macchina mangia social che diventa ogni giorno più potente.

Se gli illeciti saranno confermati dall’antitrust, il Codacons avvierà una class action contro Whatsapp, a tutela di tutti gli utenti.

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E violando il Codice del consumatore, che come pena comporterebbe un risarcimento di carattere economico, il costo di Whatsapp per ogni utente potrebbe toccare cifre spropositate.

La gestione dei dati personali, in un’epoca di cyber-guerre e nuove fonti per la ricerca pubblicitaria, è un’arma potentissima, ma a volte lo slancio impavido di colossi come Facebook e Whatsapp potrebbe (e dovrebbe) subire qualche freno.

Tutto questo nonostante l’utente qualunque sia il primo ad accettare, per contratto d’iscrizione, un servizio gratis, pur di cedere automaticamente il diritto alla privacy di tutti i dati personali spontaneamente (e involontariamente) postati.

Ma forse questa volta il pesce piccolo, si fa per dire, potrebbe andare di traverso a quello più grande che lo aveva mangiato.

@LolloNicolao

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