Mamma, papà, date la mano a vostro figlio perché solo lui vi aiuterà ad attraversare la strada per non essere investiti dal 2.0.

Tante volte è stato detto di stare attenti, di non abusare dei social network, di non vivere con gli occhi incollati al proprio smartphone, di ponderare le conseguenze di quel che si pubblica online e dei siti che si visitano.

Tuteliamo le fasce deboli, che devono essere accompagnate nel favoloso ma rischioso viaggio verso la digitalizzazione.

Non i bambini che hanno già capito tutto ovviamente, non i millennials che li hanno praticamente inventati, ma i genitori e gli over 40 che sono stati travolti in maniera sconsiderata da questo istantaneo mondo.

Gli adulti sono senza difese, decisamente più vulnerabili dei ragazzini.

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È una vera emergenza 2.0 e riflette anche la sfera medica.

Sono le fasce d’età più alte a soffrire l’avvento dei media digitali senza riescire a disconnettersi, forse giusto sotto la doccia. Non quando dormono perché ormai i telefoni intelligenti sono anche un’ottima compagnia di fronte all’insonnia.

Una dipendenza concimata dalla diffusione di giochi come Candy Crush, dall’ansia di pubblicare tutto, dalla reale difficoltà di discernere il web dalla vita esterna allo schermo luminoso.

Ossessionati e insicuri, condividono sperando di relazionarsi maggiormente con il mondo dei figli e dei giovani, ma in realtà presentano gli stessi sintomi compulsivi di un tossico dipendente o di un giocatore di azzardo.

Sorge il sole, foto. Ma non basta scattarla. Se non la posti o non la condividi con il gruppo whatsapp degli amici non esiste. Perché è sorto il sole, mega news, non un evento che accade ogni giorno.

Tanto se i figli si monitorano con l’orario degli ultimi ingressi in chat allora tutta vita. Quella degli altri, continuamente controllata attraverso la timeline di Facebook, perché quella di Twitter fa troppo user snob.

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Secondo i grandi numeri della statistica ogni massimo di 13 minuti lo stesso smartphone, come si dice in gergo, viene refreshato, accendendo il suo schermo continuamente, quasi fosse un tic nervoso.

Il 27% degli adulti sono consapevoli della loro dipendenza, ma quanti di loro sanno di rimproverare i figli sullo stesso punto dove loro stessi sono i primi a cadere?

Molti per vanità sono anche succubi dei like. Se questi vengono a mancare ecco giungere la depressione.

Esiste la pedopornografia ed altri pericoli per i più piccoli sul web, ma i numeri sembrano raccontare tutt’altro.

Informazioni e foto postate e quindi di dominio pubblico sono infinitamente selezionate con molta più cura dai bambini rispetto ai grandi, per via forse di logiche con le quali sono cresciuti.

Provare per credere. Qualunque figlio abbia almeno un genitore che ha iniziato a picchiettare i polpastrelli sugli schermi dopo i quarant’anni lo avrà ormai inevitabilmente capito.

@LolloNicolao

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