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All’inizio Mark Zuckerberg voleva lavarsene le mani, poi ha preso in considerazione il problema, adesso si sta operando per trovare una soluzione. Leader in tutto, persino degli effetti collaterali da lui stesso causati. Internet aveva già messo in difficoltà giornalismo ed editoria. I social network hanno la possibilità di distruggerli. Le vendite a picco  e il crollo delle visualizzazioni di giornali e siti d’informazione sono il lato oscuro di un’epoca fatta di persone che leggono e si aggiornano più che in passato. Il dramma è che lo facciano gratuitamente su Facebook quando aspettano la metro, rapidamente su Instagram mentre scorrono la timeline delle immagini, in 140 caratteri su Twitter durante i tempi morti della giornata.

Nel video di Marco Montemagno le ragioni della ricerca di un modello di business sconosciuto, con il quale reagire alla comodità tecnologica ed economica dei social media:

 

Come conciliare quindi un bagaglio di novità che ha stravolto completamente il viaggio dell’editoria e del giornalismo verso il futuro. Questo il dilemma amletico del giornalismo. Ultima, ma non meno importante fra tutti, è la questione delle bufale. Sì “bufale” e non “fake news”, perché significando la stessa cosa si può capire così che nessuno ha inventato nulla, ma queste hanno trovato maggior forza con la viralità dei social network.

Ultimissima e grave la spettacolarizzazione dell’omicidio. Fra tutti, già due casi in diretta Facebook: l’omicidio di Cleveland e l’impiccagione di una bambina di tre anni in Thailandia. Proteste ineccepibili, ma con replica giustificata. Migliaia di video e vanno in diretta o sono pubblicati in differita ogni giorno sul social network di Mark. È già un record aver rimosso il video in 180 minuti contati.

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Per questi casi Facebook si è limitato ad inquadrare il problema e a raccomandare buonsenso. Non solo per chi pubblica, ma anche per chi legge, ovviamente obbligato a segnalare. Per combattere le bufale è stata lanciata l’idea “disputed”: una giuria della rete, costituita dai lettori stessi, avrà modo di accumulare “contestazioni” alla veridicità dei contenuti come fossero like. Un modo astuto per dribblare la censura e andare in gol con la libertà d’espressione, ma forse non basta.

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Oggi il capo delle news di Facebook è Campbell Brown, giornalista passata dalla Cnn ai social media. Oggi la sua sfida, su mandato dello stesso Zuckerberg, cconsiste nel reclutare una squadra di giornalisti professionisti che sappia filtrare i contenuti pubblicati sulle bacheche e definire il flusso dei contenuti condivisi, per quanto questo sia imprevedibile e difficile da intercettare.

 

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In breve ci sarà un garante della verità all’interno di Facebook capace di anticipare gli algoritmi, ma con quale autorità potrà farlo? Questo è stato il tema di una delle tante polemiche sollevate dopo l’elezione di Donald Trump. I criteri restanno soggettivi, ma se lo stesso Facebook dopo tanti smacchi si è messo a cercare giornalisti, offrendo loro stipendi irraggiungibili attualmente da qualsiasi altra redazione, forse la soluzione sta fiorendo dallo stesso ramo secco del problema. Perché sì, il giornalismo professionale, con le sue competenze, può fiorire anche in una primavera digitale, fatta di like e condivisioni.

@LolloNicolao

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