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Se il “like” è sempre tattico la nascita delle reaction cosa vuol dire?

Re Zuckerberg lo sa bene e nel suo regno chiamato Facebook da qualche mese gli utenti hanno sei modi per far passare il proprio pensiero, negli stessi giorni in cui Twitter introduceva i like e Instagram metteva i cuoricini sotto le foto del giorno postate dagli utenti.

Nella comunicazione frenetica di oggi si whatsappa in metro, le notifiche si leggono camminando per strada, i video e le foto si scattano in movimento, magari sotto forma di stories. Più aumentano i modi di comunicare, più alta è la paura di non essere compresi. L’ironia non conosce più ambiguità, perché ogni frase scritta in un messaggio è accompagnata da un’emoticon disegnata.
Non scrivo “Come sei bella!” ma il rafforzativo “Come sei bella! 😍❤️🔥”. Non scrivo “Cosa hai fatto?” ma “Cosa hai fatto? 😱” oppure che “Cosa hai fatto? 😂”. Le emoticon non cambiano secondo contesto, ma cambiano il contesto.
Chi metterebbe in scioltezza un like sul post di un amico di Facebook che racconta la perdita di un parente? Oppure su quello di chi si lamenta dei guadagni eccessivi dei politici oppure critica il degrado di una città? È un like per lui o sadicamente per la situazione in sé.

Di fronte ai rischi ambiguità, ecco spuntare non casualmente le reaction. Una per ogni sentimento standard oltre il tradizionale “mi piace”: stupore, amore, rabbia, dispiacere e divertimento. Ora da mettere non solo ai post, ma anche ai singoli commenti. Utilissimi inoltre per i sondaggi in bacheca. La nuova versione del vecchio like=favorevoli, commento=contrari.

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Adesso però è necessario capire come usare strategicamente queste reaction. La più comune e valida da impiegare è sicuramente il cuore. È di fatto un like rafforzativo da mettere sempre per chi vuole farsi notare fra gli altri che mettono like. Purtroppo in molti lo hanno imparato e nei post più empatici il tasso di inflazione sta crescendo.
Il pianto è un mezzo per esprimere solidarietà nei post tristi. Proprio come la rabbia vale per i temi politici o di incuria urbana.
La risata regala grande soddisfazione a chi ha lo spasmodico bisogno di apparire simpatico sui social network, così la considerazione espressa pagherà sempre. Vivono di like, quindi una reaction positiva avrà ogni volta il doppio del valore.
Stupore rimane la reaction più indecifrabile. Il “wow” non è stato ancora capito da molti , ma di certo è lo strumento più usato in caso di stima e invidia latente. Qualcosa di incredibile che postano i vostri amici su Facebook? Wow. Punto e a capo. “Non ho voglia di commentare, neanche di mettere like, è fighissimo ma per me puoi anche pubblicare fake news senza che senta la mancanza della tua onestà”. I diari e le timeline sono ancora a questo punto.
Ma il vecchio like, così essenziale e noioso nella sua semplicità, che fine fa? Ovvio, è il nuovo strumento dei “guru algoritmanti 2.0”, tutti coloro che pur facendo in modalità multitasking mille altre cose non rinunciano al mettere like, molte volte a caso, altre senza neanche leggere. Un’abitudine nevrotica, proprio come andare a controllare le notifiche, anche quando non ci sono. Non è ormai un gesto che nel sonno sognano tutti?

@LolloNicolao

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