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Per mesi la finzione digitale ha cavalcato sui social network l’onda dello sdegno e della rabbia nei confronti dell’Islam. Il 22 marzo scorso una donna con il velo viene fotografata a Londra, sul ponte di Westminster, dove Khalid Masud, cittadino britannico radicalizzato, aveva appena ucciso quattro persone e ferite altre cinquanta.

Il commento del primo account che ha postato la foto su Twitter è stato: «Donna musulmana non presta alcuna attenzione all’attacco terroristico, controlla il suo telefono mentre passa noncurante accanto a un uomo morente».

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Il caso – In poco tempo condivisioni e retweet hanno fatto di quella foto il simbolo dell’indifferenza del mondo islamico agli attentati. A nulla è servito il chiarimento del fotografo Jamie Lorriman, che ha precisato più volte l’innocenza dello scatto, definendo il commento improprio rispetto al contesto. «La donna era sotto choc come tutti gli altri testimoni ed era al cellulare per dire ai familiari di stare bene», ha detto. Nulla da fare, perché la foto era ormai stata diffusa in internet con tutt’altra interpretazione. La stessa vittima è rimasta sconvolta e ha provato a difendersi per vie legali. Dopo mesi quell’account che, in un primo momento sembrava appartenere a un patriota texano, si è rivelato essere di San Pietroburgo.

Ricade così l’ennesimo sospetto di una guerra digitale e mediatica condotta dagli hacker russi sui social media, al solo scopo di destabilizzare le democrazie occidentali. In merito, è intervenuto lo stesso Primo ministro inglese Theresa May, accusando Vladimir Putin di «aver militarizzato l’informazione e fomentato il disordine». Le indagini guidate da Damian Collins puntano così a Mosca, dove il Cremlino è già stato al centro delle polemiche per aver orientato attraverso le fake news virali i processi elettorali in alcuni Paesi europei e americani.

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Social media come armi – La finzione piace più della realtà e il funzionamento dei social media è più efficace di qualsiasi set cinematografico. In poche ore la foto di una donna musulmana noncurante alle vittime dell’attentato di Westminster è diventata la protagonista della rabbia islamofoba e dell’odio che si genera fra le comunità del web in questi casi, radicalizzando le opinioni dei cittadini.

La viralità di internet è ormai diventato uno strumento di disinformazione di massa, dopo anni in cui era stato il baluardo dei popoli contro la censura dei regimi autocratici. Quello che era avvenuto nel 2011 con la rivoluzione dei gelsomini in Tunisia e a piazza Tahrir al Cairo, con la destituzione di Mubarak, è stato completamente ribaltato dal protagonismo della finzione digitale. Un singolo account russo può provocare sconcerto in intere democrazie, semplicemente interpretando arbitrariamente una foto che non ha avuto necessità di essere modificata. Condivisioni e retweet sono la nuova frontiera delle cyber-guerre contemporanee.

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Un’innocente da oscar, una regia perfetta, una trama strategica finalizzata all’orientamento dell’opinione pubblica, rievocando i pregiudizi della pancia. Un’arte che riesce a far apparire come naturale quel che naturale non è. Inutile smentire a posteriori, inutile far emergere la verità dopo mesi di menzogne. Una finzione perfetta paga molto di più in un’epoca dove il principale interlocutore dei cittadini è lo schermo di un computer, di un tablet, di uno smartphone. Questo Putin lo sa. Che la Russia sia un Paese fragile poco interessa, nel momento in cui sei il miglior burattinaio digitale sul palcoscenico mondiale.

@LolloNicolao

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