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Un soufflé. In questo modo potrebbe finire l’ultimo scandalo nel mondo dei social network, in una costante battaglia fra privacy, diritti e commercio dei dati. Nonostante i tempi avversi, Facebook resta il social per eccellenza e Mark Zuckerberg l’imprenditore più affermato e temuto nel settore. Insieme a Google, Facebook regna sulla Silicon Valley, quindi sul resto del mondo. Adesso il caso di Cambridge Analytica rischia di essere un punto di rottura al suo modello di business, tanto da costringere Zuckerberg a testimoniare di fronte al Congresso americano. Nessuno sa dove porterà questo scandalo, ma tutti possono riflettere sui 5 punti fondamentali di una vicenda per molti tratti ancora poco trasparente.

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1) Tutto legale

La società Cambridge Analytica si occupa di analisi sociali e politiche come mille altre. Per le sue ricerche si è avvalsa dei dati di 87 milioni di utenti di Facebook, come mille altre. A passarglieli è stata un’app chiamata “This is your digital life”, che si connette direttamente con Facebook e i profili dei suoi iscritti, come mille altre. Per l’analisi di mercato, in aggregati di dati anonimi, questo è sempre avvenuto e comunemente accettato. L’accusa che ha scosso gli animi e che ricade su Facebook, solo perché azienda più grande a fare business con i dati, è che questi siano stati usati per delle campagne politiche mirate. Le più note, quelle finanziate da società vicine a Donald Trump nel novembre 2016 e per la campagna del “Leave” nel referendum sulla Brexit il 23 giugno dello stesso anno. La denuncia è del whistleblower, una talpa moderna e digitalizzata, Christopher Wylie. E cosa c’è di illegale in tutta questa operazione? Nulla. Facebook sapeva, Facebook non sapeva, nulla importa dell’uso di attori terzi di dati già ceduti in precedenza al social network. Solo prova di incoscienza da parte dell’utente medio.

2) Colpa di Trump

Parleremmo di questo senza Trump alla Casa Bianca e senza il Regno Unito prossimo all’uscita dall’Unione Europea? No, perché sarebbe davvero incredibile pensare che, dopo oltre 11 anni di marketing dei dati incontrastato, all’improvviso tutti ci sollevassimo a difesa della privacy e improvvisamente fossimo gelosi di informazioni che diamo ogni giorno. In sintesi, la verità brucia. Trump e i sostenitori della Brexit hanno vinto perché la chiave di volta della manipolazione del consenso è oggi sui social network. Non sulle piazze, non sui giornali, non in radio, in tv ancora per poco. In breve, solo pretesti e vittimismo.

3) Gallina dalle uova d’oro

Un senatore americano, interrogando Zuckerberg, ha chiesto al fondatore di Facebook come potesse guadagnare così tanto se l’iscrizione al social network è gratis. Bene, forse molte persone devono ancora entrare nel meccanismo del business dei social network, in una parola: dati. Per le aziende non c’è nulla di più efficace del disporre di un pubblico definito al quale mandare pubblicità mirate, conoscere i suoi gusti, intercettare i suoi desideri. Una gallina dalle uova d’oro a cui nessun imprenditore rinuncerebbe mai, nella sua libertà di agire senza regolamentazioni. Una crescita infinita che rende Facebook più appetibile di ogni altra piattaforma. Instagram? Troppo limite al messaggio scritto. Twitter? Troppo grigio ed elitario. Snapchat? Troppo etereo, tanto le storie le facciamo sui social di Zuckerberg, dove ci sono più utenti. Inutile preoccuparsi della crescita in borsa sempre più timida, se si fatturano già “triliardi”.

4) Invidia mediatica

Quante pagine di giornale, quanti articoli sullo scandalo di Cambridge Analytica. Non sarà forse l’unico difetto su cui poter intervenire e far leva dopo tante battaglie perse? In fondo è tutta invidia: Facebook e Google sono il male assoluto per i media. Hanno tolto lettori, ricavi e forse stanno succhiando loro anche la vita. Tutte le notizie che interessano (non solo fake news) sono già su Facebook, perché Zuckerberg ci fa leggere dei nostri amici, informare delle cose che ci interessano, conoscere solo i punti di vista e le opinioni che si sovrappongono al nostro e, guarda caso, troviamo la pubblicità di un viaggio che avremmo voluto fare proprio la prossima estate. Il miglior giornalismo non può competere con tutto questo, almeno quello “mass-mediatico”. La verità è che non c’è nessuno scandalo: sono solo i giornali a denunciarlo in un’epoca dove il grande fratello è legale e dove la privacy è diventata solo un accessorio a vite che non hanno più nulla da nascondere. Non è di certo Facebook l’unico mezzo a spiarci nell’era dell’hi-tech, delle telecamere onnipresenti, degli smartphone usati come protesi e delle webcam in alta definizione.

5) Tutto come prima

Quindi cosa accadrà dopo questo pandemonio mediatico? Nulla, almeno fino a quando i dinosauri del diritto e gli antichi mondi dell’informazione e del buon costume proveranno a colpire un colosso che vanta 2 miliardi di utenti e un guadagno tendente all’infinito. Chi vuole uccidere la gallina dalle uova d’oro insegue lo stesso sogno dei proibizionisti certi che una legge potesse fermare le cattive abitudini. Mettere una versione di Facebook a pagamento in cambio della tutela dei dati? Se ne parla come il mezzo miracoloso per difendere la privacy e guadagnare allo stesso tempo. La risposta degli utenti, la vera merce di questo mercato? Salutare e andarsene. Fra gli iscritti al social, 83 su 100 abbandonerebbero Facebook allo stato attuale. Anche Bill Gates è passato per guai simili e la sua Microsoft non sembra passarsela così male (89,95 miliardi di fatturato nel 2017). Se ne esce insomma con un nulla di fatto, ma con il volto di un ragazzo pulito che ha rispettato il dress code della giacca e della cravatta, dopo tanti eventi ufficiali in t-shirt, e ha risposto al mondo intero dicendo in due giorni di interrogatorio: “Scusami mamma, sono stato poco attento, non lo farò più”. Pacca sulla spalla e via.

Perché, in fondo, e questo ricade su tutto il mondo dell’informazione, il vero lato triste di questa storia è che senza i social network Donald Trump e i sostenitori del Leave avrebbero vinto lo stesso. La politica democratica ha regalato sorprese ben prima che Facebook e lo stesso Mark Zuckerberg nascessero. Molti auspicano che per i social network sia giunto il momento di essere grandi, di passare all’età matura. Per quale motivo dovrebbero farlo?

@LolloNicolao

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